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La villa veneta è una tipologia di residenza patrizia fondata dal patriziato della Repubblica di Venezia e sviluppatasi nelle aree agricole dei Domini di Terraferma tra la fine del XV secolo e il XIX secolo[1]. In questo arco temporale furono realizzate più di cinquemila ville venete, molte delle quali sono ancora conservate e tutelate dall'Istituto Regionale Ville Venete; le zone attualmente interessate dalla presenza di questi edifici sono l'intera Regione Veneto, in particolare la Riviera del Brenta, e alcune pianure del Friuli-Venezia Giulia.

L' associazione dei proprietari di Ville Venete ha sviluppato una serie di itinerari alla scoperta delle Ville.

Nel XVI secolo, con l'architetto Andrea Palladio, si formò uno specifico tipo di villa veneta, individuato con il nome di villa palladiana: le ville palladiane del Veneto sono state inserite nell'elenco dei patrimoni dell'umanità dell'UNESCO[2].

Storia

La conquista veneziana della Terraferma veneto-friulana, compiutasi tra il XIV ed il XV secolo, comportò un sempre maggiore interessamento dell'aristocrazia veneto-veneziana per i possedimenti fondiarii. Alle grandi proprietà si accompagnarono grandi investimenti in agricoltura, spesso derivati dai redditi mercantili delle famiglie, ma che furono poi remunerati dalla produttività delle tenute. Il simbolo di questo "mondo" fu la villa veneta, in cui si affiancavano sia l'estetica e la grandiosità della residenza signorile, sia gli edifici necessari alla gestione della tenuta circostante: aveva dunque, a differenza di altri sistemi di ville, una doppia funzione, sia di rappresentanza e di svago, che di centro produttivo. Tale sviluppo avvenne, come detto, anche grazie alle fortune mercantili veneziane: le quali, al contrario di quanto sostenga la "leggenda" spesso dominante, non erano rivolte esclusivamente al Mar Mediterraneo (vedesi ad esempio le galee che prestavano regolare servizio commerciale con le Fiandre, o la Compagnia veneta del Baltico), di cui comunque rimase la principale potenza commerciale fino al 1797 ed in cui i commerci rimasero importanti (pur se declinanti nella loro quota di commercio globale) anche dopo che le potenze euro-atlantiche ebbero aperto nuove rotte commerciali ed esplorato nuovi territori[3].

Si andava così a soddisfare anche quel bisogno veneziano di ritorno alla terraferma e alla campagna, che, in una città fatta di strette calli e di orizzonti lagunari, era divenuta quasi un mito[4].

La struttura della villa di Terraferma trova la sua base nei castelli, caduti in disuso e perlopiù ubicati in aree rialzate e di valore paesaggistico: a partire da queste architetture, la nobiltà veneziana inizia la conversione in villa, aggiungendovi nel tempo un numero crescente di elementi stilistici tipici dell'architettura della città, fino ad elaborare un modello che ha il suo apice nelle dimore palladiane; così modello urbano e modello rurale vanno a innestare un interscambio culturale che si protrae nei secoli: la venezianità viene esportata nelle eleganti dimore di Terraferma, mentre l'amore per le campagne e per gli orizzonti collinari influenza soprattutto l'arte cinquecentesca di Venezia, come testimoniato dalle opere di Giorgione e Tiziano[5].

Sviluppo

Dopo un primo periodo di reale impegno agronomico sul territorio, la villa divenne una moda, propagandosi a tal punto che le famiglie nobili spesero gigantesche ricchezze per costruire delle ville da usare solo d'estate, dalla vigilia della festa di Sant'Antonio di Padova, il 13 giugno, alla fine di luglio o al massimo fino al periodo della vendemmia. L'edificio della villa perse i suoi connotati rustici, aumentando di misura, eguagliando per lo sfarzo interno i palazzi di città; si arricchì inoltre di vasti giardini lussureggianti di piante esotiche e siepi potate a disegno, dove si creavano complessi giochi d'acqua, tendendo in tutto a rivaleggiare con modelli internazionali come la reggia di Versailles dei re di Francia a cui alcuni facoltosi possidenti intendevano equipararsi, a volte consumando nell'intento l'intera fortuna di famiglia.

Struttura tipica

Veduta di una tipica struttura di villa veneta (Villa Malvolti di Castello Roganzuolo), con edificio padronale, barchessa e annessi, il tutto inserito in una vasta tenuta agricola

La struttura tipo della villa veneta si distingue innanzitutto per il contesto nel quale le architetture si pongono: di norma e in accordo alla sua funzione, la villa veniva inserita in una grande proprietà agricola.

Al centro del complesso architettonico si situa il corpo centrale (o casa dominicale), che era la residenza dei proprietari, più elaborata e ornata in quanto luogo di rappresentanza, nonché di villeggiatura estiva; quasi tutte le ville erano prive di sistemi di riscaldamento invernale e di cucina. Il modello prevedeva che nelle vicinanze o collegata alla villa vi fossero delle dipendenze dette barchesse, dove veniva organizzato il lavoro: cucine, abitazioni dei contadini, stalle e altri annessi rustici.

Ville palladiane

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Ville palladiane.
Villa Foscari detta La Malcontenta, di Andrea Palladio

La reputazione dall'architetto Andrea Palladio agli inizi, ed anche dopo la morte, si è fondata sulla sua abilità di disegnatore di ville.[6] Le ville da lui edificate sono concentrate per la maggior parte nella provincia di Vicenza. Furono commissionate intorno alla metà del Cinquecento dalle famiglie più importanti del luogo, soprattutto aristocratici ma anche alcuni esponenti dell'alta borghesia della Repubblica veneta.

Insieme alla città di Vicenza, 24 ville palladiane del Veneto sono state inserite, tra il 1994 e il 1996, nella lista Patrimoni dell'umanità dell'UNESCO.[7]

Grazie anche alle loro descrizioni e ai dettagliati disegni pubblicati da Palladio nel trattato I quattro libri dell'architettura (1570), le ville palladiane divennero per i secoli successivi oggetto di studio per gli architetti europei, che si ispirarono ad esse per le loro realizzazioni.

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